70 ANNI DI CASA DELLA CULTURA – 16 MARZO 1946/2016

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Tra i portici di Via Borgogna 3, in pieno centro storico, una porta rossa è un’anomalia cromatica tra le smaglianti vetrine di negozi di nome. Eppure per stilare la lista di artisti e famosi cervelli che hanno varcato quell’uscio, servirebbe un’enciclopedia. “Pensare che quando sono arrivato le boutique ci hanno offerto di occuparsi a spese loro di eliminare la porta con una vetrina più a tono col contesto” ricorda Ferruccio Capelli, formatore, da quindici anni direttore della Casa della Cultura. “Abbiamo seccamente rifiutato, la nostra differenza è che combattiamo, senza urlare, l’omologazione”.

Compirà 70 anni tondi il prossimo 16 marzo, mercoledì, l’associazione cui l’intellighenzia milanese al gran completo nel 46 affidò il compito di diffondere umanesimo e idee progressiste nel segno della ricostruzione. Il discorso di inaugurazione toccò quella volta a Ferruccio Parri, eroe della Resistenza col nome di Maurizio, che si era dimesso da neppure quattro mesi dalla carica di Presidente del Consiglio del primo governo di unità nazionale, in un’Italia inquieta che non era ancora Repubblica. La cerimonia avvenne nella sede originale di Via Filodrammatici 5, un aristocratico palazzo strappato dai partigiani ai fascisti, appena terminato il conflitto, che era stato sede del Circolo dei Nobili. Titolo dell’intervento: “Cultura e vita morale”.

Da un Ferruccio all’altro (coincidenza piacevole) domani alle 18 in via Borgogna 3, toccherà a Capelli presentare con Enrico Finzi, Carmen Leccardi, Giovanni Petrini e Salvatore Veca, presidente della Casa, il suo “La porta rossa” (Edizioni Casa della Cultura). “Nel libro ripercorro la storia dell’istituzione attraverso i suoi protagonisti, ma insisto anzitutto sul senso che hanno per noi le radici”. Radici che risalgono a prima della Seconda guerra, quando il filosofo Antonio Banfi e il fisico Eugenio Curiel, tragicamente ucciso nel 45 dalle Brigate Nere nei pressi di piazzale Baracca, incontrarono Elio Vittorini. Immaginarono così quel luogo dove “medici e filosofi, ingegneri e artisti, letterati e politici, scienziati e giuristi” potessero incrociare le loro conoscenze offrendole ad altri e che vide tra i molti soci fondatori, giusto per dare un’idea precisa del livello intellettuale di riferimento, Einaudi e Mondadori, Quasimodo e Montale, Carrà e Morandi, Creppi e Pajetta. Tra gli animatori anche Cesare Musatti, padre della Psicoanalisi italiana che della Casa della Cultura fu anche presidente, e poi Rossana Rossanda, che diresse il programma come sempre scontrandosi con la linea ufficiale del Pci.

E fu lei ad occuparsi del trasferimento dalla sede originaria di via Filodrammatici, chiusa nel ’48, a quella di via Borgogna, inaugurata nel ’50. L’elenco degli ospiti passati alla Casa della Cultura parte da Jean Paul Sartre, passa per Brecht, Moravia, Calvino, Pasolini, e arriva in anni recenti Zygmunt Bauman, Jacques Le Goff, Michail Gorbaciov. Molte volte è toccato a Umberto Eco. “Abbiamo anche discusso, sostenevo che il post moderno avesse fatto il suo tempo mentre lui se ne sentiva parte” Ricorda Capelli. Che, vista la vocazione di sinistra della Casa della Cultura, è buon osservatore delle turbolenze che sempre la agitano. “Alla nostra scuola politica si iscrivono ogni anno in 1200, confesso che però agiamo nel solco dell’indipendenza. Sentiamo spesso il vento in anticipo, non mi sembrano però le attuali vere tempeste. L’ultimo vento forte fu quello vincente di Pisapia”.

Il sindaco mercoledì alle 18 sarà presente per il compleanno ufficiale con Capelli e Salvatore Veca. In programma la lettura dei testi di Antonia Pozzi, Vittorio Sereni, Antonio Banfi, Elio Vittorini, Ferruccio Parri, Rossana Rossanda, ad opera di Aglaia Zannetti, e la proiezione del documentario “La signora in rossa” di Giacomo Mondadori con rinfresco finale. Martedì alle 18 ultima puntata del ciclo dedicato all’Illuminismo con Mario Ricciardi, Valeria Ottonelli e Veca.

Simone Mosca

Pubblicato su Repubblica Milano il 13 marzo 2016

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